Blog

January 12, 2022

Dolore pelvico | Sintomi | Diagnosi | Cura

Si tratta di un dolore non ciclico, che dura per più di 3 mesi, da almeno 6 mesi. Può essere localizzato alla pelvi, alla parete addominale anteriore, alla regione lombosacrale, talvolta ai glutei e spesso è tale da creare una disabilità funzionale. Può essere difficile da gestire, perché è spesso impossibile individuarne l’origine fisiopatologica. Il dolore pelvico cronico, infatti, è un sintomo, non una malattia, e raramente è riferito a una singola patologia, ma sono diverse le strutture pelviche e i disordini che possono contribuire al determinismo del dolore stesso. La sua origine può essere urologica, proctologica, ginecologica, gastrointestinale, muscolo-scheletrica, psicologica, postchirurgica.
Nella maggior parte dei casi è difficile trovare una base fisica per i sintomi. In questi pazienti assume un notevole rilievo l’aspetto psicologico. Lo stress, il pensiero negativo e catastrofico accrescono in maniera significativa il disagio e il dolore, influendo negativamente sulla qualità di vita. I dolori pelvici di tipo muscolare (miotensivi), secondo alcuni autori, rappresentano una malattia nella quale corpo e mente si incontrano nel Pavimento Pelvico.
Per quanto riguarda la prevalenza, non esistono dati epidemiologici certi, però sembra che le persone affette da dolore pelvico cronico siano circa il 15-25% della popolazione, e che tra questi pazienti il range di età oscilli tra i 18 e i 50 anni.

Diagnostica clinica
Molti di coloro che soffrono di dolori pelvici, di solito affermano di non avvertire un vero e proprio dolore ma disagio, crampi, pienezza, sofferenza, bruciore o altre sensazioni sgradevoli, che non riescono a descrivere con precisione. Sotto la terminologia di dolore pelvico cronico sono incluse numerose sindromi:

– la sindrome dell’elevatore dell’ano;
– il mancato rilasciamento del puborettale;
– la contrazione paradossa del puborettale;
– la proctalgia fugace (fugax);
– la coccigodinia;
– il vaginismo e/o la vulvodinia;
– la sindrome uretrale e/o la prostatite cronica abatterica;
– la nevralgia del pudendo.
Il dolore può avere intensità e frequenza variabili. Si va, per esempio, dal dolore sordo recidivante della durata di almeno 20 min (sindrome dell’elevatore dell’ano), al dolore anorettale acuto e improvviso, della durata di qualche istante, che regredisce spontaneamente (proctalgia fugace).
Non si può fare diagnosi di dolore pelvico cronico senza avere a disposizione i dati anamnestici completi. È necessario localizzare il dolore, capirne la causa e valutarne la durata, il tipo (contrattura, bruciore, formicolio) e l’intensità (determinata attraverso la scala visiva analogica). Ciò non basta però, perché bisogna anche indagare su eventuali sintomi come depressione, abusi sessuali, traumi, dispareunia. I pazienti vagano tra vari specialisti fino a diventare loro stessi “cultori della materia” e si pongono spesso in maniera critica di fronte all’approccio clinico di chi li esamina. Pertanto, la valutazione all’esame clinico non potrà che essere la più ampia e precisa possibile e comprendere:

– l’esame posturale;
– il test di forza e lunghezza muscolare;
– la valutazione vulvare e anale;
– la palpazione della regione pelvica (lunghezza, forza, consisten-za, trigger point);
– la palpazione addominale;
– la palpazione esterna dei muscoli pelvici;
– la palpazione interna del muscolo piriforme e dell’otturatore interno.
Diagnostica di laboratorio e strumentale
Nel dolore pelvico cronico, la diagnostica di laboratorio non fornisce dati significativi.
La diagnostica strumentale sarà necessaria per escludere la presenza di alterazioni o patologie specifiche. La diagnosi di dolore pelvico cronico è, infatti, sostanzialmente di esclusione. Per questo motivo il paziente vive con sconforto l’iter diagnostico strumentale a cui deve sottoporsi, spesso senza alcun esito, e che prevede l’ecografia transanale, la defecografia dinamica, la risonanza magnetica pelviperineale, la valutazione dei tempi di transito intestinale e la manometria anorettale.

January 12, 2022

Le fistole perianali sono piccoli tunnel che mettono in comunicazione la cute intorno all’ano (cute perianale) con l’interno del canale anale. In genere sono precedute da un ascesso perianale e cioè da una suppurazione della cute perianale che si apre all’esterno, spontaneamente o tramite incisione chirurgica. In genere non guariscono spontaneamente anche se esiste la possibilità di guarigione senza intervento (10-15 % dei casi).

Cause
Non completamente chiarite. Forse la causa primitiva é una infezione delle ghiandole del canale anale che vanno incontro ad ascessualizzazione per cause sconosciute. Dall’ ascesso alla fistola il passo é breve, in quanto il pus cerca una via di uscita all’esterno attraverso la cute intorno all’ano.

Sintomi
L’ascesso, come detto é la fase iniziale. Il paziente avverte un dolore in sede anale che aumenta gradatamente. Nel giro di ore o giorni si forma , vicino all’ano, una zona arrossata, dura e molto dolente accompagnata quasi sempre da febbre alta.
La fistola é la fase seguente, quando l’ascesso si rompe, spontaneamente o tramite incisione.

I sintomi sono:
• Secrezione di pus o sangue da un piccolo forellino situato vicino all’ano.
• Prurito
• Dolore e febbre quando la fistola si infetta e provoca nuovamente un ascesso.

Cosa fare
Appena si forma l’ascesso rivolgersi ad un chirurgo, meglio se proctologo. Quando ormai la fistola si é formata si deve ricorrere all’intervento chirurgico, in genere non doloroso che prevede pochi giorni di degenza.

Esistono purtroppo delle fistole complesse (10%) , che non sono superficiali ma profonde, e che richiedono interventi più laboriosi e a volte in più .

January 12, 2022

Le emorroidi sono vene che si ingrandiscono all’interno del canale anale possono provocare fastidiosi problemi quali: prurito, dolore, emissione di sangue e protrusione all’esterno. In stadi non avanzatissimi di
malattia è possibile risolvere il problema con metodi ambulatoriali assolutamente indolori. Si distinguono due tipi di emorroidi: esterne ed interne, riferite alla loro localizzazione.

Le emorroidi interne si formano all’interno e normalmente non sono visibili. Le emorroidi esterne si sviluppano vicino all’ano e sono coperte da una cute molto sensibile. Se viene a formarsi un coagulo in una di loro, si viene a sviluppare un rigonfiamento molto dolente (trombosi emorroidaria). Può sanguinare solo se si rompe. La tomboli emorroidaria viene avvertita come un gonfiore duro e sensibile. Si distinguono scolasticamente 3 o 4 gradi patologici:

I grado – emorroidi completamente interne, situate all’interno dell’ano.
II grado – quando esse fuoriescono dal bordo anale al momento della defecazione e poi rientrano  spontaneamente.
III grado – quando i gavoccioli venosi, dopo la defecazione, devono essere riposizionati all’interno del canale anale, manualmente.
IV grado – quando le emorroidi ormai completamente prolassate non rientrano nel canale anale e rimangono sempre fuori.

Cause
Quasi certamente esiste una certa predisposizione di base riferibile alla ereditarietà, alla familiarità ed alla costituzione, per cui una persona è piu’ facilmente soggetta di un’ altra a manifestare il quadro patologico. Nella quasi totalita’ dei casi e’ sempre presente un prolasso della mucosa rettale che determina la discesa delle emorroidi al di fuori del canale anale. 
E’ utile ricordare che un soggetto con storia familiare di emorroidi,  ha un rischio di malattia aumentato fino a tre volte . Non si tratterrebbe di trasmissione cromosomica, bensì di predisposizione per mutazione genetica.

Su un terreno predisponente, quindi è facile che possano agire dei fattori scatenanti che non sempre sarebbero in grado da soli di determinare un quadro di malattia. Analizziamo alcuni fattori predisponenti alle emorroidi (malattia emorroidali) :

Alimentazione: una dieta senza scorie, favorendo la stipsi, indurrebbe l’insorgenza delle emorroidi.Vedremo in seguito come ciò possa accadere. Alcune sostanze alimentari irritanti, comunque, sono spesso chiamate in causa nello scatenare una crisi edmorroidaria: alcool (soprattutto vino rosso e birra), spezie, cacao, cibi piccanti, crostcei ecc. alvo stitico, diarrea: e’ chiaro che la distensione delle vene emorroidarie, gia’ presente in una defecazione normale, possa essere esaltata in caso di sforzo ripetuto e prolungato, per consentire il passaggio di feci dure e voluminose. Una ricerca condotta in Inghilterra ha evidenziato come il 51% degli emorroidopatici sia anche affetto da stipsi. La diarrea, anche se in misura inferiore, provoca uno stato di irritazione della mucosa che si ripercuote sulla parete dei plessi venosi. Errate abitudini defecatorie possono risultare egualmente dannose: ad esempio l’abitudine giornaliera di indugiare alla lettura del giornale seduti sul water, puo’ provocare in dodici mesi, gli stessi effetti dannosi di dodici anni di regolari defecazioni..
Posizione abituale: lavori sedentari in posizione seduta o che obblighino troppo alla stazione eretta possono provocare uno stato di aumentata pressione nelle vene emorroidarie o per gravita’ o per difficoltoso scarico venoso.
Sport particolari: equitazione, motociclismo, sollevamento pesi, ciclismo, possono provocare traumatismi continui, mal sopportati dalle strutture di sostegno del canale anale.

Fattori endocrino-genitali: assunzione di ormoni, pillola anticoncezionale ecc. possono influire sulle crisi emorroidarie facilitandone gli episodi acuti. Particolari momenti del ciclo mestruale possono facilitare l’insorgenza di nuove crisi.

Solo una visita specialistica dal proctologo permette una diagnosi certa ed una cura adeguata.

Trattamento ambulatoriale della patologia emorroidaria – a cura del Dr. Adolfo Renzi

January 12, 2022

Sinus Pilonidalis

Le cause del sinus pilonidalis (nido di peli, definito anche comunemente cisti sacrococcigea) possono essere sostanzialmente due. La prima è che lo sfregamento che si verifica in corrispondenza del solco intergluteo determini l’incarnamento dei peli. Ne consegue la formazione di cisti che, sottoposte a microtraumi continui (come avviene nella posizione seduta), finiscono con l’andare incontro a un’infiammazione da cui origina l’ascesso. La seconda possibile causa è che in questa sede cresca e si sviluppi tessuto di derivazione ectodermica (prevalentemente cute e annessi). Questi elementi (peli, ghiandole sudoripare, a volte frammenti dentari), non potendo comunicare liberamente con l’esterno a causa dell’integrità della cute soprastante, determinano la formazione di un ascesso che, più o meno spontaneamente, tende ad aprirsi e a svuotarsi verso l’esterno, attraverso tramiti fistolosi della regione sacrococcigea tra cute e periostio.
La maggiore incidenza della malattia si rileva a carico del soggetto giovane, prevalentemente di sesso maschile, con apparato pilifero ben rappresentato e carnagione scura.

Diagnostica clinica
L’esordio clinico della patologia avviene, in genere, in età giovanile. Nella maggior parte dei casi, c’è il riscontro, da parte del paziente, di un modesto gemizio di liquido sierocorpuscolato attraverso uno o più fori localizzati, il più delle volte, nella metà superiore del solco intergluteo. Tale secrezione sporca quotidianamente gli indumenti intimi del paziente e rende umida la regione, con irritazione e prurito. In altri casi l’esordio è invece acuto, con il prodursi di un ascesso sottocutaneo nella regione sacrococcigea, molto dolente, associato o meno a febbre, che si drena spontaneamente dopo alcuni giorni (oppure viene drenato mediante incisione chirurgica).
L’esame clinico si esegue in decubito prono. In regione sacrococcigea, l’ascesso si presenterà come una tumefazione arrossata e fortemente dolente alla palpazione. Quando presente, si potrà rilevare l’orifizio (o gli orifizi) fistoloso, in genere localizzato nella metà superiore del solco intergluteo. Spontanamente o dopo aver esercitato una pressione in corrispondenza della fistola, sarà possibile notare una secrezione sieropurulenta o modicamete sanguinolenta. La fistola sacrococcigea può eventualmente complicarsi con ramificazioni tali da raggiungere in alcuni casi anche la regione perianale, simulando in tutto e per tutto una fistola perianale. Sarà, in questo caso, fondamentale eseguire un’esplorazione rettale in decubito laterale sinistro, per accertarsi della presenza di un orifizio fistoloso interno e per poter effettuare la diagnosi differenziale con la fistola perianale. Infatti, per quanto complicato, il sinus pilonidalis non presenta mai un tramite con il retto.

Diagnostica di laboratorio e strumentale
Un esame emocromocitometrico potrà rivelare una leucocitosi con neutrofilia negli ascessi acuti, insieme a un innalzamento degli indici di flogosi (proteina C reattiva, velocità di eritrosedimentazione). Il quadro laboratoristico potrà apparire molto più sfumato nelle forme croniche.
L’anoscopia e l’ecografia transanale sono indicate solo per la diagnosi differenziale nel sospetto di un ascesso o di una fistola perianale.

January 11, 2022

Ragade anale: che cosa è
La ragade anale è una ferita dell’anoderma, ovvero di quella parte della cute che entra nell’ano e che dopo un centimetro circa si trasforma nella mucosa del retto. Appena dentro l’ano, sostanzialmente. Colpisce le persone di entrambi i sessi con uguale frequenza, generalmente in una età compresa tra i 20 ed i 50 anni. È più frequente in persone che soffrono di stitichezza e che emettono feci dure e voluminose, ma può essere osservata anche dopo lunghi episodi diarroici. La ragade può essere acuta o cronica. La differenza è prevalentemente legata al tempo di insorgenza: è acuta una ragade che è insorta da meno di tre mesi, è cronica se dura da oltre questo tempo.

Sintomi della Ragade Anale:
Il dolore, che inizia con la defecazione e si protrae per diverse ore (non raramente per l’intera giornata), è il sintomo più importante: il paziente affetto da ragade cerca di non andare al bagno per non scatenare le crisi dolorose. Andare al bagno, per il paziente affetto da ragade, può diventare un vero e proprio incubo.

Cause della Ragade Anale:
Le cause di questa patologia non sono state interamente chiarite. La ferita può essere causata da defecazioni con sforzo o da agenti meccanici (residui alimentari irritanti) che provocano una lesione dell’ano che passano al passaggio delle feci si riapre e diventa sempre più profonda e fastidiosa. Elemento tipico della ragade anale è lo spasmo dello sfintere anale interno. Questa contrattura dello sfintere, che non dipende dalla volontà del paziente bensì da un riflesso spontaneo ed involontario, sembra essere causa di una riduzione dell’afflusso di sangue nella zona della ragade impedendo un fisiologico processo di riparazione.

Come si cura la Ragade Anale:
La terapia può essere medica o chirurgica. In entrambi i casi, il fine è quello di ridurre lo spasmo dello sfintere anale interno permettendo una cicatrizzazione spontanea della ragade. Quando la ragade è acuta la terapia medica può essere risolutiva se effettuata precocemente. Per risolvere una ragade anale fase cronica, invece esistono metodi ambulatoriali, senza ricovero come la dilatazione anale pneumatica, o metodi chirurgici che prevedono, comunque, un solo giorno di degenza. L’intervento chirurgico di elezione è ancora oggi la sfinterotomia laterale interna (descritta per la prima volta negli anni ‘50). A differenza di quanto erroneamente riportato  quasi mai è causa di incontinenza fecale postoperatoria.

Ritornando alle lesioni acute, almeno il 60% delle ragadi anali guarisce con l’ausilio di particolari creme o con l’uso di dilatatori anali a caldo, e sempre con il rispetto di una dieta ad alto contenuto di fibre (frutta, verdura, cereali, etc.), associati ad una ragguardevole ingestione di liquidi.

Ragade anale: conclusioni
Quando si ha dolore anale durante, e soprattutto dopo la defecazione che persiste per ore, è possibile che si tratti di una ragade. A quel punto bisogna rivolgersi subito al medico specialista, il proctologo o il colonproctologo (sono la stessa cosa), perché una lesione acuta ha buone possibilità di essere curata con pomate, dieta e corretta igiene mentre una lesione trascurata può necessitare un intervento più invasivo.

January 11, 2022

Incontinenza fecale | Sintomi | Diagnosi | Cura |

L’incontinenza fecale rappresenta l’incapacità di controllare, in un tempo e in un luogo socialmente idonei, l’evacuazione del contenuto intestinale, sia esso caratterizzato da feci solide, liquide o da gas. Non è facile determinare l’esatta incidenza dell’incontinenza fecale nella popolazione generale a causa dell’imbarazzo e delle difficoltà di molti pazienti a esporre il loro problema. Sicuramente l’incidenza aumenta progressivamente con l’età ed è variabile in base al sesso: nelle donne tra i 40 e i 50 anni è 9 volte superiore rispetto agli uomini della stessa età, per verosimili correlazioni con i traumi ostetrici; infatti, il 3% delle donne presenta incontinenza temporanea o permanente dopo un parto vaginale.
È importante rilevare che l’incontinenza non è una malattia, ma il sintomo di un evento patologico. Le cause sono molto numerose, ma tutte si estrinsecano con uno o più dei seguenti meccanismi:

  • – alterata consistenza fecale (diarrea);
  • – alterata capacità o sensibilità del reservoir rettale (neoplasie rettali, pelviche, malformazioni,
    fecalomi, prolasso rettale);
  • – anormalità degli sfinteri o del piano perineale (iatrogena da interventi ostetrici o proctologici,
    sindrome del perineo discendente, lesioni spinali o cerebrali, diabete ecc.).

Diagnostica clinica
I pazienti possono essere incontinenti per feci solide, liquide o per gas intestinali, ma ciò che condiziona notevolmente la qualità di vita di queste persone è la frequenza delle perdite, che può essere giornaliera, settimanale o mensile.
L’incontinenza da urgenza allo stimolo è caratterizzata dalla necessità immediata di defecare, pena la manifestazione dell’incontinenza qualora il bagno non sia disponibile. Il paziente quindi si accorge di avere l’ampolla rettale piena, ma non riesce a trattenere l’espulsione delle feci. Questo tipo di incontinenza è comune nei pazienti con alterata capacità del reservoir rettale o con alterata funzionalità degli sfinteri anali. L’incontinenza passiva si verifica in assenza dello stimolo a espellere il bolo fecale; pertanto, il paziente, non avvertendo mai alcuna sensazione proveniente dal retto e dall’ano, non riesce a controllare in modo consapevole i movimenti dell’intestino e le feci vengono espulse involontariamente. Questa condizione è comune, invece, nei pazienti con alterata sensibilità dell’ampolla rettale e dell’apparato sfinteriale. In quest’ultima tipologia di incontinenza rientrano anche le condizioni determinate da un’alterata consistenza fecale: feci non ben formate o completamente liquide (diarrea). In molti pazienti, soprattutto anziani, all’incontinenza può associarsi una dermatite anale e perianale, fonte di prurito e bruciore locale, causata dall’azione irritativa costante delle feci sulla cute. Inoltre non è di raro riscontro l’associazione con l’incontinenza urinaria. Un’approfondita anamnesi è il primo passo fondamentale per una corretta valutazione del paziente con incontinenza fecale. L’entità e le modalità d’insorgenza dell’incontinenza sono desunte proprio dal colloquio con il paziente, definendo in primo luogo la consistenza delle feci, in quanto può essere essa stessa, come abbiamo visto in precedenza, la causa dell’incontinenza. In questi casi la scala Bristol è un fondamentale elemento di valutazione; inoltre, è ormai sempre più chiaro che un corretto atto defecatorio non è determinato solo dal sincronismo tra il retto e l’ano, ma anche dalle dinamiche muscolari tra torace, addome e perineo, oltre che da una corretta postura. Ecco perché un adeguato esame clinico, in un paziente con incontinenza fecale, dovrebbe tenere sempre conto delle sinergie muscolari (che possono essere agoniste o antagoniste), della funzione del muscolo puborettale e del pubococcigeo, del riflesso di difesa perineale, nonché dell’esame posturale. I parametri ottenuti vanno valutati allo scopo di riconoscere e definire il loro potenziale ruolo negli aspetti funzionali dell’incontinenza, in modo da poter prospettare al paziente, laddove possibile, un trattamento riabilitativo che corregga tali parametri alterati e migliori significativamente la sua condizione.

L’esame clinico si esegue preferibilmente in posizione di Sims nell’uomo, mentre nella donna è da preferire la posizione litotomica, che consente una completa visualizzazione del perineo. All’ispezione potranno essere evidenti le cicatrici di pregressi interventi (tra cui quelle di eventuali episiotomie durante il parto già evidenziate in anamnesi), irritazioni anali e perineali e, dopo il ponzamento, la presenza di un prolasso rettale, anche esterno. All’esplorazione digitale dell’ano potrà essere subito evidente un ipotono anale, espressione di un deficit sfinteriale, sia a riposo sia dopo la contrazione massima volontaria.

Allo stesso tempo il dito esploratore può constatare la completezza circonferenziale sia dello sfintere interno sia di quello esterno, ovvero soluzioni di continuo degli sfinteri stessi. Inoltre, l’evidenza dell’utilizzo dei muscoli agonisti (glutei e adduttori) da parte del paziente durante la contrazione è indice di un’incapacità a selezionare adeguatamente lo sfintere anale per la realizzazione dell’atto richiesto, che può essere causa dell’incontinenza. Talvolta può accadere che il paziente contragga i muscoli addominali (sinergie antagoniste), che ostacolano la chiusura dell’ano, creando un incremento della pressione endoaddominale che si oppone all’azione di contrazione dello sfintere stesso. L’identificazione di tali dissinergie è fondamentale ai fini terapeutici, perché è soprattutto in questi casi che la riabilitazione del Pavimento Pelvico può determinare notevoli benefici.
La funzione del muscolo puborettale viene valutata con l’esplorazione rettale e il suo rilassamento può apparire assente, incompleto o paradosso.
Il test del pubococcigeo si esegue posizionando un dito a uncino nel canale anale, in modo da valutare la capacità del muscolo in termini sia di forza sia di durata.
Il riflesso di difesa perineale deve essere preso in considerazione come espressione delle corrette dinamiche toracoaddominoperineali. Esso valuta, infatti, l’azione del Pavimento Pelvico durante l’espirazione forzata; infatti l’espulsione dell’aria dai polmoni genera un incremento della pressione addominale e toracica. Al paziente viene quindi chiesto di fare un colpo di tosse, in modo che l’esaminatore possa osservare la contrazione dei muscoli perineali, che possono avere una fisiologica risalita (riflesso presente) o una patologica discesa (riflesso assente), che se marcata, può essere associata a perdita di aria, di feci liquide o addirittura di urina. La constatazione dell’assenza del riflesso merita l’indicazione al trattamento riabilitativo. Anche la postura del paziente può alterare le statiche pelviche e quindi essere una delle cause di dissinergia del Pavimento Pelvico.
L’esame posturale va pertanto sempre eseguito, con un semplice filo a piombo, per valutare in particolar modo la lordosi lombare. Infatti, in base alla gravità, l’iperlordosi lombare, presente in molti pazienti con incontinenza, può modificare la capacità di contrazione sfinteriale.

Diagnostica di laboratorio e strumentale
La diagnostica di laboratorio non fornisce dati significativi. Un paziente può essere affetto da incontinenza fecale senza avere alcuna alterazione nei valori degli esami ematochimici.
È necessario eseguire in tutti i pazienti una rettosigmoidoscopia o meglio ancora una pancolonscopia al fine di escludere la presenza di neoplasie rettali, proctiti o patologie coliche prossimali. L’ecografia transanale, eseguita con sonda a 360° da 10 MHz, rap-presenta l’esame di scelta nello studio dell’incontinenza anale. Ha una sensibilità e una specificità vicine al 100% nell’identificazione dei difetti sia dello sfintere interno sia di quello esterno ed è fondamentale nella valutazione dell’estensione di tali difetti. La manometria anorettale consente la valutazione funzionale dell’apparato sfinteriale e dei riflessi, nonché la compliance rettale. Per meglio comprendere l’utilità e il ruolo di questo esame strumentale, possiamo paragonarel’apparato sfinteriale alla ruota di un’auto: l’ecografia transanale consente di valutare l’integrità del copertone, mentre la manometria ne misura la pressione. A tale proposito, in presenza di un’integrità anatomica sfinteriale, ma con una pressione non adeguata, dovremo pensare a una non corretta trasmissione degli impulsi nervosi agli sfinteri. L’incontinenza sarà in questo caso di origine neuropatica (neuropatia del pudendo).
La defecografia dinamica valuta le modificazioni del Pavimento Pelvico e dell’anoretto durante la defecazione e consente di evidenziare la presenza di un rettocele, di un enterocele, e/o di un prolasso rettale concomitante.

January 10, 2022

Ostruita defecazione | Sindrome | Sintomi | Stipsi |

Tantissime donne ( e molti uomini) soffrono di  stipsi. In parole povere non hanno una normale defecazione, sia come tempi , sia come frequenza di evacuazione.

Non sempre pero’,  questo  dipende dal tipo di dieta o dalle abitudini di vita. Soprattutto nella donna molte volte, la causa del problema e’ nella “ostruita defecazione”. Interminabili minuti passati sul water, necessita’ di spingere, di effettuare manovre manuali e clisteri  per effettuare una quotidiana defecazione e il piu’ delle volte la sensazione fastidiosa di avere ancora la necessita’ di andare in bagno. Oggi e’ possibile superare tutto cio’.

La realtà
Molte persone, quindi, e in maggior parte le donne, sono affetti, senza saperlo, dalla cosiddetta “defecazione ostruita”, cioe’ dall’impossibilita’ di defecare in modo naturale. Il fastidio e’ causato,  moltissime volte,  da un problema inerente al canale ano-rettale, cioe’ della parte finale dell’apparato digerente e non da errate abitudini di vita.

A volte la mucosa del retto si prolassa creando un ostacolo al passaggio delle feci, (ragione degli sforzi per evacuare), altre volte la muscolatura del retto si sfianca creando una sacca che protrude, nelle donne, verso la vagina (e quindi la necessita’ di “digitare” nella vagina per far passare le feci), altre volte

poi , residui di feci rimangono in piccole tasche mucose lasciando la sensazione di dover ancora defecare, oppure di sentire la necessita’ di andare in bagno piu’ volte.

E’ possibile oggi , con un nuovo intervento non doloroso e che necessita di pochi giorni di ricovero, risolvere questo fastidioso problema.

Sintomi
1. Stare sul water per oltre 15 minuti per evacuare nonostante gli sforzi.
2. Andare in bagno una o due volte la settimana.
3. Necessitare del clistere.
4. Evacuare in più volte.
5. Avere la sensazione di non aver espulso tutte le feci.
6. Aiutarsi col dito nella vagina o nell’ano per facilitare la defecazione.

January 9, 2022

Malattia Diverticolare | Diverticolite | Cura | Diagnosi |

La diverticolosi del colon e’ una condizione comune che affligge circa il 50% della popolazione occidentale entro i 60 anni e quasi tutti all’eta’ di 80 anni. Solo una piccola percentuale di persone che hanno diverticolosi presentano sintomi, e soltanto per alcuni sara’ necessario un intervento.

Che cos’e’ la diverticolite?

I diverticoli sono tasche che si sviluppano nelle pareti del colon, di solito nel sigma, o nel colon sinistro, ma possono interessare anche tutto il colon. La diverticolosi descrive la presenza di queste tasche. La diverticolite rappresenta l’infiammazione o le complicazioni di queste tasche.

Quali sono i sintomi?

I principali sintomi della malattia diverticolare sono: dolore addominale (solitamente nel quadrante addominale inferiore sinistro), diarrea, spasmo colico, variazione dell’alvo ed occasionalmente una severa emorragia rettale. Questi sintomi compaiono in una piccola percentuale di pazienti con questa condizione e talvolta sono difficili da differenziare dai pazienti affetti da sindrome da colon irritabile.
La diverticolite – un’ infezione del diverticolo – potrebbe causare uno o piu’ dei seguenti sintomi: dolore, brividi, febbre, alterazione dell’alvo. Una sintomatologia piu’ importante e’ presente nelle complicazioni piu’ gravi come la perforazione con accesso o formazione di una fistola.

Qual e’ la causa della malattia diverticolare?

Indicazioni fanno presupporre che una dieta povera di fibre, attuata per molti anni causa un aumento della pressione nel colon che porta alla diverticolosi.

Come si tratta la diverticolosi?

La diverticolosi e la malattia diverticolare, solitamente, vengono opportunamente trattate con una dieta adeguata, e alcune volte con medicine che aiutano a controllare il dolore, lo spasmo colico e le variazioni dell’alvo. Aumentando il contenuto di fibre nella dieta (cereali, legumi, verdure, etc.)  e qualche volta riducendo alcuni alimenti si riduce la pressione nel colon e queste complicazioni si manifestano piu’ raramente.

La diverticolite richiede una gestione piu’ accurata. Casi moderati possono essere controllati senza ricovero in ospedale; questa decisione deve essere presa dal medico curante.
Il trattamento consiste in antibiotici presi per via orale, restrizioni nella dieta e il possibile uso di prodotti che rendano le feci piu’ morbide. Casi piu’ gravi necessitano del ricovero ospedaliero, gli antibiotici verranno somministrati via endovenosa e la dieta sara’ limitata.

La maggior parte degli attacchi acuti possono essere risolti in questo modo.

Il trattamento chirurgico viene riservato ai pazienti con attacchi ripetuti, casi severi o complicati e quando si avverte una debole riposta o, addirittura, nessun miglioramento dopo la terapia medica.
Nella pratica chirurgica, di solito una parte del colon  quasi sempre la sinistra o il sigma  viene asportata e il colon e’ agganciato e anastomizzato un’altra volta al retto. Un recupero totale puo’ essere prevedibile. Il normale funzionamento dei movimenti intestinali, spesso recuperato dopo tre settimane, puo’ essere prevedibile.

January 8, 2022

Cancro del colon retto | Cancro del Colon | 

Il carcinoma colorettale rappresenta una delle principali cause di morbosita’ e mortalita’ per neoplasia in tutti i paesi occidentali e ad alto sviluppo tecnologico. Si riscontrano 678.000 nuovi casi l’ anno nel mondo, 150.000 in Europa e 30.000 in Italia.
L’incidenza grezza nel nostro paese è di 30 – 50 nuovi casi per anno per 100.000 abitanti; i tassi piu’ elevati si registrano nell’ Italia centro settentrionale con una maggior prevalenza per i tumori del retto nel sesso maschile.

Questa neoplasia ha fatto registrare nella regione Lazio nel 1998, 2542 nuovi casi; essa rappresenta il secondo tumore in ordine di frequenza per incidenza stimata sull’ intera popolazione, con un tasso di 46,2 per 100.000 persone negli uomini e del 17,2 per 100.000 nelle donne.

Allo stato attuale, nonostante questa neoplasia presenti elevati livelli di curabilita’ rispetto a quelle insorgenti in altri distretti dell’apparato digestivo, la sopravvivenza a 5 anni si attesta mediamente sul 40 – 50 %, potendo raggiungere l’80 – 90 % nelle forme precoci.

 

Il 12 % di tutte le morti per tumore negli uomini ed il 16 % nelle donne sono riferibili a neoplasie di questo distretto.

Il carcinoma del grosso intestino ha una elevata incidenza nei paesi occidentali, vicina a quella del carcinoma gastrico e del carcinoma polmonare (nel sesso maschile), e del carcinoma mammario (nel sesso femminile).

È ben dimostrata l’importanza di fattori costituzionali e genetici (es.: alta frequenza in alcune popolazioni rispetto ad altre, elevatissima incidenza nelle famiglie con individui portatori di poliposi familiare), come pure della qualita’ e quantita’ dei cibi ingeriti.
Una alimentazione povera di fibre vegetali puo’ favorire l’insorgenza di un carcinoma del colon-retto (le fibre, dando luogo a un transito intestinale accelerato, diminuiscono il tempo di contatto della mucosa con eventuali carcinogeni), come pure una dieta ricca in grassi (colesterolo e suoi derivati: sostanze a potenziale carcinogenetico); anche una dieta iperproteica e’ in grado di alterare la flora batterica del colon (prevale la crescita degli anaerobi, capaci di trasformare i sali biliari in carcinogeni, rispetto agli aerobi). Le localizzazioni prevalenti del cancro del colon (70% circa) sono il sigma e il retto.
I carcinomi del colon, dal punto di vista biologico, sono neoplasie in genere a basso potenziale maligno, soprattutto nelle eta’ piu’ avanzate; la chirurgia, se realizzata in fase precoce, ha dunque possibilita’ curative.

 

Sintomatologia

Il carcinoma del colon-retto e’ spesso presente per lungo tempo prima di manifestarsi con segni clinici. Tuttavia, in relazione alla sede di insorgenza si possono avere segni diversi con tempi di comparsa diversi.

I carcinomi del colon sinistro sono in genere piu’ precocemente riconoscibili attraverso il reperimento di sangue nelle feci accompagnato o meno da diarrea e/o costipazione. I carcinomi del lato destro hanno comportamento piu’ subdolo: sintomi non caratteristici quali astenia, malessere, rapida perdita di peso e anemia senza apparenti motivi possono esserne il campanello d’allarme.
In ogni caso il carattere principale e comune di tali neoplasie rimane l’elevata tendenza al sanguinamento, per cui il segno da ricercare e’ la presenza di sangue nelle feci.

Prevenzione secondaria dei tumori del colon-retto

Le neoplasie del colon-retto rappresentano attualmente il 15% di tutti i tumori e sono un’ importante causa di mortalita’ per entrambi i sessi: in Europa e nei paesi occidentali in genere e’ la seconda causa di morte per tumore sia nell’uomo, dopo le neoplasie del polmone, sia nelle donne, dopo le neoplasie della mammella.
In Italia, i dati si riferiscono al 1994, sono stati registrati 17.760 nuovi casi nel sesso maschile e 18.060 nel sesso femminile per un totale di decessi rispettivamente di 9.731 e 9.318; la probabilità di ammalare (per 100 soggetti in eta’ fra 0 e 74 anni) è pari al 4,3 per il sesso maschile e 2,8 per il sesso femminile.

Il rischio globalmente considerato di ammalare di carcinoma del colon-retto varia fra Nord e Sud in entrambi i sessi ed e’ verosimilmente in relazione alle diverse abitudini alimentari e/o a stili di vita differenti ; infatti l’incidenza e la mortalità sono nettamente piu’ elevate al Nord e al Centro rispetto al Sud con differenze fra i valori estremi vicine o superiori ad un fattore 2.

Confrontando la posizione del nostro paese nell’ambito dei tumori del colon- retto l’Italia attualmente si colloca in modo intermedio nella scala internazionale con tendenza all’ allineamento ai livelli di frequenza piu’ elevati tipici del Nord America e del Nord Europa. In generale l’incidenza e’ in aumento mentre la mortalita’ e’ stazionaria con un trend in discesa. La sopravvivenza a 5 anni e’ aumentata negli ultimi 20 anni (percentuali stimate fra 6 e 8%) con un’attesa di circa il 60% ; questo dato positivo e’ dovuto ad una maggiore tempestivita’ nella diagnosi e ad una maggiore efficacia dei trattamenti adiuvanti post-chirurgici. Il tumore diagnosticato in fase iniziale di malattia e’ curabile radicalmente con la sola chirurgia; infatti le percentuali di guarigione a 5 anni sono proporzionali allo stadio di malattia.

La localizzazione anatomica piu’ frequente, pari a circa il 70-75%, e’ a livello del sigma-retto di cui il 30% è esplorabile manualmente e il 60% e’ evidenziabile con la rettosigmidoscopia: tale dato e’ estremamente utile per le indagini clinico-strumentali di prevenzione secondaria.

In considerazione di quanto detto, appare chiaro come la storia naturale della malattia possa essere influenzata dalla prevenzione e dalla diagnosi tempestiva; la prevenzione secondaria sarebbe quindi potenzialmente capace di ridurre sensibilmente la mortalità legata alla malattia.

I test disponibili per lo screening delle neoplasie del colon-retto sono:

1. Sangue occulto nelle feci

2. Esplorazione rettale

3. Rettosigmoidoscopia

4. Colonscopia

5. Clisma opaco con doppio mezzo di contrasto

Dati recenti evidenziano che l’impiego dei test di screening aumentano la possibilita’ di scoprire forme di carcinomi del colon-retto in fase iniziale portando in questo modo ad una diminuzione della mortalità di tali patologie neoplastiche.
Il National Cancer Institute degli U.S.A. e l’American Cancer Society raccomandano le seguenti regole:

1. Praticare l’esplorazione rettale in corso di visita medica nei soggetti asintomatici di eta’ > 45 anni;

2. Eseguire annualmente oltre i 50 anni il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci e ogni 5 anni la rettosigmoidoscopia. L’American Geriatric Society suggerisce di attuare la ricerca del sangue occulto fino all’eta’ di 85 anni. La rettosigmoidoscopia flessibile e’ un test altamente sensibile e l’American Cancer Society ne raccomanda l’esecuzione ogni 3-5 anni. Una sola rettosigmoidoscopia verso la fine della sesta decade dovrebbe permettere di identificare la maggior parte dei soggetti con adenomi distali a rischio di cancerizzazione.
3. Monitorare i pazienti a rischio.
La colonscopia ha un’alta sensibilita’ e specificita’ (> 95%), ma e’ improbabile che diventi una procedura standard di screening in considerazione del suo costo elevato, della bassa compliance e della morbilita’ moderata; è un test da eseguire nei soggetti a medio ed alto rischio.

Fattori di rischio:

Ambientali:
Età > a 50 anni,

Dieta ricca di grassi e proteine, povera di fibre e micronutrienti,

Obesità,
Fumo/alcool
Condizione sociale medio-alta

 

Sembra che i fattori ambientali, e in particolare quelli dietetici, siano responsabili
della gran parte dei tumori del colon-retto. Gli studi epidemiologici delle abitutidini
alimentari e delle migrazioni delle popolazioni hanno evidenziato che la dieta ricca di grassi animali e di carne e povera di fibre aumenta il rischio per questi tumori. Infatti la dieta ad alto contenuto di proteine e di grassi di origine animale si associa con un elevato contenuto di acidi biliari e metaboliti del colesterolo nelle feci dei pazienti portatori di neoplasie del colon-retto.

Oltre le elevate concentrazioni di acidi grassi si ricordano anche la carenza
di calcio e il pH alcalino delle feci; d’altra parte e’ dimostrato l’effetto protettivo della dieta ricca di verdure, di frutta e di cereali.

Ereditari:
Poliposi Adenomatosa Familiare (PAF): e’ autosomica dominante caratterizzata dalla presenza di numerosissimi polipi adenomatosi localizzati soprattutto a carico del colon Sn. I polipi non sono presenti alla nascita ma si evidenziano nella adolescenza avanzata superando in diversi casi il numero di mille. Tutti i soggetti affetti da questa patologia sono destinati a sviluppare nell’arco della loro vita un carcinoma del colon-retto
Sindrome di Gardner: è simile ma meno frequente della PAF (1 su 14.000 nascite); e’ caratterizzata dalla copresenza di polipi dell’intestino tenue, di tumori desmoidi del mesentere e della parete addominale, di lipomi, di cisti sebacee, di osteomi e di fibromi; e’ una malattia autosomica dominante.

Fattori predisponenti:

Colite ulcerosa

Morbo di Crohn

Precedente patologia neoplastica maligna

Irradiazione pelvica

Polipi adenomatosi

Displasia/adenoma.

Ricordiamo infine le raccomandazioni del National Cancer Institute (NCI) degli Stati Uniti d’America per la prevenzione primaria dei tumori del colon-retto:
1. ridurre l’assunzione di grassi al 20 – 300% delle calorie totali;

2. includere nella dieta quotidiana frutta e verdura;

3. assumere alcolici con moderazione
4. evitare l’obesita’

5. aumentare l’apporto giornaliero di fibre a 20 – 30 gr.

6. diminuire il consumo di cibi conservati.

January 4, 2022

Morbo di Chron| Cause | Terapia | Complicanze |

La malattia o morbo di Crohn e’ un’infiammazione cronica che può colpire teoricamente tutto il canale alimentare, dalla bocca all’ano, ma che si localizza prevalentemente nell’ultima parte dell’intestino tenue chiamato ileo (ileite) o nel colon (colite) oppure in entrambi (ileo-colite). Nei tratti intestinali colpiti si hanno infiammazione, gonfiore ed ulcerazioni che interessano a tutto spessore la parete intestinale.

Quante sono in Italia le persone colpite da malattia di Crohn o da rettocolite ulcerosa?
Allo stato attuale non esiste un Registro Nazionale delle M.I.C.I., ne’ dati attendibili. Comunque si calcola che in Italia vi siano almeno 100.000 persone affette da malattie infiammatorie croniche intestinali. Per quanto riguarda piu’ strettamente la malattia di Crohn, essa si presenta prevalentemente in eta’ giovanile (20/25 anni) ed in terza eta’ (65 anni) ma non sono rari casi anche nei bambini e negli adolescenti. Tale malattia, inoltre, e’ presente prevalentemente nei Paesi ad alto sviluppo industriale mentre e’ rara, se non assente, in quelli del Terzo Mondo.

Quali sono i sintomi della malattia di Crohn?

Anche se vi sono delle variazioni da caso a caso, nella malattia di Crohn sono predominanti i dolori addominali (talvolta, se acutissimi, possono simulare un attacco d’appendicite) associati a diarrea e, talora, a febbre. Il dolore si localizza nella sede dell’ombelico o nella parte destra dell’addome e spesso si presenta dopo i pasti. Possono comparire, seppure piu’ raramente, dolori alle articolazioni, diminuzione dell’appetito o dimagrimento. Altri segni precoci della malattia possono essere rappresentati dalla presenza di fistole anali (anormali aperture tra l’intestino e la superficie cutanea, vicino all’ano) ed ascessi.

Quali sono le cause?

Tuttora le cause sono ignote e cio’ limita la terapia medica sull’uso di farmaci che controllano l’infiammazione. Sicuramente si puo’ affermare, stando alle attuali conoscenze scientifiche, che non si tratta di una malattia contagiosa, che non e’ causata dagli alimenti e che non e’ psicosomatica (cioe’ non e’ provocata da fattori psicologici individuali).

La malattia di Crohn e’ ereditaria?

Non si tratta di una malattia ereditaria nel senso stretto del termine, cosi’ come lo possono essere l’anemia mediterranea e l’emofilia, che sono considerate malattie genetiche, trasmissibili, cioe’, attraverso i cromosomi. Esiste, tuttavia, una qualche predisposizione familiare nello sviluppo della malattia; infatti, un certo numero di pazienti (circa il 15/20%) ha uno o piu’ parenti stretti affetti da malattia di Crohn (o colite ulcerosa). Comunque, se un soggetto e’ affetto da questa malattia, vi e’ una bassa probabilita’ che un eventuale figlio possa contrarla a sua volta.

Perche’ la malattia di Crohn e’ definita malattia cronica?

A differenza di una malattia acuta, come ad esempio l’influenza, che si manifesta con un decorso breve e netto e che evolve con la guarigione, una malattia cronica, come il Crohn, non guarisce definitivamente e puo’ alternare lunghi periodi di benessere ad altri in cui i sintomi sono presenti. Sfortunatamente, almeno sino ad oggi, non abbiamo nessuno strumento che possa predire con certezza una probabile ricaduta, cioe’ una riacutizzazione della malattia, dopo trattamento medico o intervento chirurgico.

 

Quali sono le complicanze della malattia di Crohn?

Le complicanze di una malattia possono essere definite dagli eventi che ne rendono piu’ complesso e fastidioso l’andamento clinico. Nella malattia di Crohn si possono verificare sia delle complicanze intestinali sia complicanze extraintestinali.

Le complicanze colpiscono tutti i malati di M.I.C.I.?

Assolutamente no. Esse riguardano circa il 10/20% dei pazienti. Il restante 80/90% risponde in maniera soddisfacente alla terapia medica e non presenta complicanze.

Quali sono le complicanze di tipo intestinale?

Gli episodi di “ostruzione intestinale” (stenosi) rappresentano probabilmente la complicanza intestinale piu’ comune. Questi episodi sono dovuti al fatto che il processo infiammatorio puo’ creare restringimenti di alcuni tratti dell’intestino. Tali restringimenti sono “poco distensibili” e possono causare crampi, meteorismo (formazione di gas), distensione addominale sino ad arrivare, talvolta, ad un’ostruzione parziale (sub-occlusione) o anche ad un’ostruzione completa del flusso intestinale (occlusione). In quest’ultimo caso, i sintomi descritti possono essere associati a nausea e vomito. L’ostruzione si puo’ verificare piu’ facilmente in presenza di cibo non digerito, come nocciole o semi, o ammassi di fibre che impediscono il passaggio d’altro materiale. Questa e’ una delle ragioni per cui i pazienti con malattia di Crohn che presentano zone stenotiche dovrebbero evitare cibi con “fibre grossolane”, difficili da digerire. Se si verificano episodi ricorrenti di tipo occlusivo o sub-occlusivo, questi restringimenti possono rappresentare un’indicazione all’intervento chirurgico.

Le “perforazioni” (causa successiva di ascesso) sono un’altra complicanza non infrequente nei casi di malattia molto attiva. Occasionalmente possono dar luogo a imponente sanguinamento rettale; tuttavia l’emorragia ha, in generale, carattere più graduale. Anche “ascessi addominali” e “fistole” sono caratteristici della malattia di Crohn (il 25% circa dei malati) e sono considerati un’estensione dello stesso processo patologico. Un ascesso consiste in una cavita’ formata dalla distruzione dei tessuti. La fistola e’ una comunicazione anomala che puo’ svilupparsi dalla cavita’ ascessuale fino ad un’altra zona intestinale o alla pelle oppure anche ad un altro organo intraddominale. I sintomi di un ascesso o di una fistola dipendono dalla loro localizzazione. Un ascesso di solito provoca febbre, dolore addominale e distensione localizzata  e puo’ risolversi spontaneamente oppure puo’ rendersi necessario un intervento chirurgico d’incisione. La cura di una fistola richiede la vera e propria rimozione della parte d’intestino gravemente infiammata, dalla quale trae origine. In alcuni casi, tuttavia, le fistole possono guarire combinando insieme la terapia medica con il riposo dell’intestino (sospensione dell’alimentazione orale).

Quali sono le complicanze extraintestinali nella malattia di Crohn?

Molte complicanze della malattia di Crohn sono simili a quelle della colite ulcerosa. Alcune sono correlate all’attivita’ della malattia, mentre altre sembrano seguire un decorso relativamente indipendente. Complicanze correlate all’attivita’ della malattia possono interessare la cute, la bocca e gli occhi, cosi’ come le grosse articolazioni.

Quali sono le affezioni sistemiche?

Per “affezioni sistemiche” s’intendono quei problemi che possono insorgere in sedi diverse dall’intestino, cioe’ laddove e’ localizzata la malattia e comprendono: Infiammazione delle articolazioni – la prevalenza di queste patologie nelle persone con Crohn e’ superiore a quella della stessa popolazione generale (Es: spondilite anchilosante, sacroileite, dolore lombare);

Malattie del fegato: non sono frequenti nella malattia di Crohn, sebbene possano verificarsi delle alterazioni del tessuto epatico;

Calcoli nella cistifellea: in presenza di malattia di Crohn possono essere correlati ad un cattivo assorbimento degli acidi biliari dall’ileo terminale, perche’ infiammato o asportato chirurgicamente. Tale malassorbimento provoca una maggiore concentrazione di colesterolo nella bile, che provoca la formazione di calcoli;

Calcoli renali: se l’ileo terminale e’ infiammato o asportato, si ha un malassorbimento  dei grassi che, legandosi al calcio, favoriscono l’assorbimento di ossalato, che e’ il principale costituente dei calcoli renali (ossalato di calcio).

Qual e’ la terapia medica della malattia di Crohn?

Esiste una terapia della fase acuta in cui sono impiegati aminosalicilati “(5-ASA)” “cortisonici”o “antibiotici” ed una terapia di mantenimento della remissione in cui e’ usato il “5-ASA” o, nei casi piu’ gravi, la  “6-Mercaptopurina” (immunosoppressore). Attualmente puo’ essere consigliata anche una terapia per prevenire la recidiva, cioe’ la riacutizzazione nei pazienti operati. Essa consiste nell’iniziare, subito dopo l’intervento, l’assunzione di 5-ASA, che sembra allungare i tempi di remissione della malattia.
Recentemente anche in Italia e’ stato posto in commercio un nuovo farmaco antinfiammatorio, il cui principio attivo si chiama Infliximab (attualmente in “fascia H”, quindi disponibile solo a livello ospedaliero). Si tratta di un anticorpo monoclonale (anti-TNF), la cui azione e’ diretta a bloccare la citochina (mediatore dell’infiammazione) alfa- TNF, coinvolta nei meccanismi scatenanti il processo infiammatorio della malattia di Crohn.
Le indicazioni sono le seguenti: trattamento della malattia di Crohn in fase attiva, di grado severo, in pazienti che non hanno risposto alla terapia con cortisonici e/o immunosoppressori; trattamento della malattia di Crohn fistolizzante, che non ha risposto ad un adeguato ciclo di terapia convenzionale.

Com’e’ la prognosi della malattia di Crohn?

Le prospettive sono molto variabili e dipendono da molti fattori tra cui:
localizzazione ed estensione della malattia; complicanze; risposta individuale alle cure.
Ci sono malati che presentano problemi di scarsa importanza. Questi possono avere sintomi intermittenti di dolori addominali e devono stare attenti alla dieta per evitare i cibi che possono aumentare i loro inconvenienti. Alcuni richiedono cure costanti con somministrazione di alte dosi di cortisonici ed altri farmaci al fine di controllare l’attività della malattia.

Altri possono richiedere numerosi interventi chirurgici per trattare frequenti occlusioni intestinali.
Altri ancora possono subire un solo intervento per “ileite” e non avere mai piu’ grossi problemi. La maggior parte dei pazienti si trova, comunque, in una situazione intermedia e conduce una vita sana, senza necessita’ di seguire una dieta ed assumere farmaci al bisogno. Come e’ noto, non vi e’ alcun problema di formare una famiglia. Gli uomini con malattia di Crohn sono di solito fertili, sebbene in rari casi l’assunzione di particolari farmaci possa dare transitorie alterazioni a carico degli spermatozoi.

Le donne possono condurre una gravidanza senza complicanze, purche’ il concepimento avvenga in un periodo di remissione. E’ stato dimostrato, inoltre, che i farmaci comunemente usati per controllare la sintomatologia sono innocui, sia per
la madre, sia per il bambino. Malgrado esista una maggiore probabilita’ di malattia di Crohn nell’ambito di una famiglia, all’interno della quale vi sia un membro gia’ affetto, non e’ dimostrata alcuna possibilita’ che un componente della famiglia la trasmetta ad un altro. La remota possibilita’ che un figlio sviluppi la malattia non e’ sufficiente ad impedire ad una coppia che lo desideri di avere figli.